Sembra un quadro

“Un tempo si diceva ‘sembra una fotografia’, riferendosi a certi quadri molto realisti; oggi si dice ‘sembra un quadro davanti a fotografie che sembrano dipinte.” Questa riflessione di Francesco Bonami, tratta dal suo libro Lo potevo fare anch’io, coglie con finezza un cambiamento epocale nel nostro modo di percepire l’immagine, la rappresentazione e — in fondo — la realtà stessa.
In passato, la pittura cercava di imitare il mondo visibile con precisione quasi ossessiva. I maestri del realismo e dell’iperrealismo si misuravano con la luce, le ombre, le proporzioni, per restituire sulla tela ciò che l’occhio vedeva. Dire che un quadro “sembrava una fotografia” era il massimo riconoscimento tecnico: significava che l’artista aveva saputo catturare la verità.
Oggi, invece, viviamo in un’epoca in cui la fotografia non si limita più a documentare. I fotografi cercano la composizione, la luce pittorica, l’atmosfera. Usano strumenti digitali per manipolare, sfumare, saturare. E così, davanti a certe immagini, esclamiamo: “sembra un quadro”. È il trionfo della fotografia pittorica, quella che non mostra, ma evoca.
Questa inversione di giudizio racconta molto del nostro tempo. Non ci basta più vedere la realtà: vogliamo sentirla, interpretarla, trasfigurarla. L’immagine non è più solo specchio, ma sogno, racconto, emozione.

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