Vitra Museum

Siamo a Charles-Eames-Strasse 2, 79576 Weil am Rhein, Germania.
È qui che sorge il Vitra Campus, uno dei luoghi più significativi del design contemporaneo. [vitra.com]
Un indirizzo che non è soltanto una destinazione: è un invito a entrare nel cuore di questo progetto europeo, dove architettura, industria e cultura si intrecciano in un equilibrio raro. Per comprendere la potenza del Campus, bisogna tornare indietro, molto prima che il nome Vitra diventasse sinonimo di architettura radicale.
La storia comincia nel 1937, quando Willi Fehlbaum rileva la ditta Graeter, specializzata in arredi per negozi. Anni dopo, nel 1950, sua moglie Erika Fehlbaum apre uno stabilimento a Weil am Rhein e introduce il nome “Vitra”, da Vitrine, a ricordare l’origine legata all’esposizione e alla messa in scena.
Negli anni Cinquanta e Sessanta, l’azienda cresce come produttore industriale, in particolare grazie alla licenza per i progetti di Charles & Ray Eames. A quel tempo, era una fabbrica: operosa, strategica, in espansione. Nient’altro.
La svolta arriva nel 1981, quando un incendio devasta gran parte delle strutture produttive. Quello che per molte aziende sarebbe stato un colpo fatale, per Vitra diventa l’occasione per ripensare tutto: non soltanto ricostruire, ma ripensare l’identità stessa di un luogo, è qui che emerge la figura decisiva di Rolf Fehlbaum, figlio dei fondatori. Uomo colto, più interessato alle idee che ai processi industriali, trasforma la ricostruzione in un progetto culturale.
Il Campus è fatto di luoghi da esperire: il silenzio del padiglione di Andō, il dinamismo plastico di Gehry, la tensione scultorea di Hadid, l’ordine della collezione al Schaudepot. Un’immersione fisica, più che concettuale.



Chi leggerà questo articolo conosce già i nomi, i progetti, le icone ma il Vitra Campus offre ciò che nessun libro o cattedra può trasmettere.
Al Campus si percepisce come nasce un’idea, come uno spazio influenza un processo, come il design può diventare cultura condivisa.
È un luogo che si tocca, si ascolta e si attraversa.




Il punto più emozionante è il reassembled Eames Office, la ricostruzione dello studio originale in cui Charles e Ray Eames hanno progettato, sperimentato, inventato per oltre quarant’anni.
Quel piccolo studio di 901 Washington Boulevard a Venice, Los Angeles, chiuso nel 1988 dopo la morte di Ray, è stato smontato pezzo per pezzo e oggi rivive qui, nella parte più intima e silenziosa del Campus.
Camminare in questo spazio è come entrare nella mente di una coppia che non ha semplicemente progettato oggetti: ha ridefinito il modo di pensare il design. Qui, più che altrove, si capisce che il vero linguaggio degli Eames non è la forma, ma il processo: la curiosità, la prova, il tentativo, l’errore, il miglioramento continuo.
Non esiste al mondo un altro luogo dove osservare così da vicino la mente progettuale che ha ridefinito il design del XX secolo.




Tra le molte sorprese del Vitra Campus, forse la più inaspettata è quanto questo luogo, nato dal pensiero più alto dell’architettura e del design, sia profondamente pensato anche per i bambini.
Mentre noi adulti ci perdiamo nelle linee perfette di Gehry, Hadid o Andō, i bambini scivolano letteralmente dentro il progetto: lo abitano, lo toccano trasformandolo in gioco.
La mia bambina ha saltato liberamente sui letti all’interno della VitraHaus.
E poi c’è lo scivolo d’acciaio del giardino, una presenza che già da lontano sembra un richiamo irresistibile: la Vitra Slide Tower, un’opera alta circa 30 metri progettata dall’artista tedesco Carsten Höller nel 2014, che unisce torre panoramica, scultura e scivolo in un’unica struttura visionaria.
Dalla piattaforma panoramica, i bambini (e ammettiamolo, anche gli adulti) scendono in un vortice di emozione.



Per riprendervi da questo ecosistema di creatività, che contagia chiunque lo attraversi, consiglio una pausa al ristorante. Non è solo un luogo dove mangiare, è un’estensione perfetta dell’esperienza: luminoso, accogliente e pensato con la stessa cura del resto del Campus.


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