Islanda: Road Trip nella terra del ghiaccio e del fuoco

Ci sono luoghi che sembrano appartenere più ai sogni che a questo mondo. Luoghi che, quando li raggiungi, ti ricordano improvvisamente cosa significa guardare davvero. L’Islanda è uno di questi: un territorio che non assomiglia a nulla di ciò che i nostri occhi, abituati alla routine lavorativa, sono abituati ad incontrare.
E quando qualcuno chiede di descriverla diventa difficile non scadere in frasi da cliché.
Seguiremo il viaggio attraverso le fotografie che conducono fuori dal mondo e che sono scattate lungo LA strada, l’unica superstrada interamente asfaltata, che percorre il giro perfetto per visitare, in una decina di giorni di Road Trip, gran parte delle bellezze che questa terra e i suoi abitanti hanno da offrire, LA Ring Road.
Una terra che sussurra antiche storie
La luce si muove sui rilievi come le balene sulla cresta dell’oceano. Se avrete l’occasione di vederle, tramite i giri in barca guidati (che permetteranno di fare anche una pausa dal Road Trip), sarà una delle esperienze che più vi lascerà la voglia di prenotare il prossimo volo.
Il punto migliore, da dove prendere la barca per avvistare le balene è sicuramente Hùsavìk, una piccola cittadina proprio sul mare, dove potrete sia fermarvi a dormire nelle tantissime Guesthouse, che fare una calda e dolcissima merenda da Hérna (soprattutto se siete amanti dei Cinnamon Rolls).
Una tappa obbligatoria è infatti il lago Jökulsárlón, un lago glaciale da cui è visibile il ghiacciaio più grande dell’isola, il Vatnajökull.
Un tempo non lontano, appena poche decine d’anni fa, l’isola viveva principalmente di allevamento e agricoltura. Erano una comunità minuscola, se pensiamo solo al fatto che il numero degli abitanti è la metà, in estate, rispetto al numero delle pecore che popolano l’isola.
Oggi quel ritmo sembra un’eco, una voce che rischia di farsi flebile.
La bellezza che resiste, nonostante tutto
Viaggiando tra cascate, campi di lava e scogliere modellate da secoli di vento, capita di sentire un piccolo nodo allo stomaco: la certezza fragile e colpevole che tutta quella perfezione non sia infinita.
L’Islanda, negli ultimi anni, è stata travolta da un turismo crescente, potente, a volte ingombrante. Non è difficile accorgersene: parcheggi che appaiono nel mezzo di pianure vulcaniche, sentieri consumati dal passaggio di migliaia di scarponi. Luoghi un tempo solitari che vibrano di lingue diverse, zaini e droni.
La ricchezza portata dai visitatori ha sostenuto l’economia, sì, ma ha anche lasciato alcune cicatrici. Ha trasformato la quotidianità di chi vive qui, aumentato i prezzi delle città e chiuso o creato porte che prima erano sempre aperte.
Mentre la terra continua a respirare, gli islandesi cercano un equilibrio nuovo: proteggere il loro paesaggio, regolare i flussi, preservare quel poco di fragile che resta.
Una sfida complessa, che trasforma ogni viaggio in un invito alla cura.
Un invito gentile
Forse è queto che l’Islanda insegna più di tutto: ad essere lievi.
A camminare piano.
A guardare con rispetto ciò che esiste da molto prima di noi e che è molto più potente di noi, come la forza di un vulcano che spacca le strade di una cittadina nelle sue vicinanze.
Ed è con questa delicatezza che si dovrebbe viaggiare qui, con passi che non pesano, con occhi ben attenti, con la gratitudine di chi sa che alcuni luoghi non ci appartengono e che mai dovrebbero farlo.
Perché l’Islanda non è un palcoscenico e chi la attraversa, anche solo per qualche giorno, diventa parte del suo silenzio.

























